Napoli, il grande business delle targhe straniere tra risparmio e rischi

     In città sono circa seimila, in aumento costante

Quanti bulgari, polacchi, romeni, cechi si muovono in auto nella nostra città? A giudicare dal numero di vetture con targa straniera, sono un vero esercito. Ma la targa di un’automobile, spesso, inganna.

Secondo una stima recente, nella sola città di Napoli circolano quasi seimila mezzi immatricolati in un paese estero; per la maggior parte provengono dalla Bulgaria ma esistono sacche importanti che giungono da Romania e Polonia. Il dato che unisce quasi tutte queste vetture è che sono utilizzate da persone nate, vissute e residenti qui in città. Cosa si nasconde, dunque, dietro la costante crescita di «targhe» straniere? Un disperato bisogno di risparmio economico. Seguiteci e vi chiarirete le idee.

In Italia assicurazione e tassa di possesso rappresentano spese enormi, spesso insostenibili per chi vuol muoversi in auto o in moto. Però in altri Paesi dell’Unione Europea il peso economico di queste stesse voci è quasi inesistente. Così è nato un mercato (che nella stragrande maggioranza dei casi è perfettamente lecito) grazie al quale è possibile sfruttare le condizioni migliori offerte all’estero.

La versione legale della vicenda prevede l’utilizzo della formula del noleggio a lungo termine presso strutture che operano in Paesi dell’Unione, quasi sempre in Bulgaria, ma anche in Romania e Polonia. Ci sono decine di agenzie, con propaggini anche nella nostra città, che offrono la formula della vettura in fitto per un tempo indeterminato, di auto straniere. Il contratto prevede anche la consegna a domicilio, qui in Italia, in cambio di un fisso, mensile o annuale, da corrispondere alla società che offre la vettura o il ciclomotore. In questo caso il risparmio c’è ma è molto limitato perché la cifra comprende, ovviamente, oltre al valore di tasse e assicurazione, anche il costo del noleggio.

Accade sempre più spesso, però, che dietro la formula del noleggio a lungo termine si nascondano tentativi di frode. Quello più comune prevede il definitivo acquisto dell’auto con targa straniera che, però, formalmente risulta sempre intestata alla società che la noleggia. In questo caso, c’è una spesa iniziale più alta, però il risparmio sui costi di gestione dell’auto è imponente: per un’auto di media cilindrata il corrispettivo annuale che comprende tassa di possesso, assicurazione e costi di agenzia, arriva a cinquecento euro; seicento nel caso in cui si tratti di un’auto di grossa cilindrata.

Questo è il mercato più fiorente al momento attuale. Se provate a navigare in rete troverete decine di offerte, per la maggior parte destinate a persone che non possono permettersi grosse spese. L’acquisto (nascosto da noleggio a lungo termine) riguarda soprattutto auto di medio/piccola cilindrata, per la maggior parte dei casi già usate. L’acquirente si trova, dunque, a pagare poco più di mille euro per diventare proprietario del veicolo e si carica di una spesa annuale di circa cinquecento euro: prezzi impensabili per chi è costretto a gestire un’auto immatricolata in Italia.

Esistono, ovviamente, anche altre possibilità. In questo caso decisamente fraudolente. Può capitare, ad esempio, che una vettura lussuosa regolarmente acquistata in Italia, venga cancellata dal registro automobilistico italiano per essere venduta a una società di noleggio estera, dalla quale la stessa persona che l’ha venduta la riprende in fitto a lungo termine. Si tratta, ovviamente, di una maniera per aggirare i controlli fiscali oltre che il pagamento dei tributi e dell’assicurazione in Italia e su casi del genere l’attenzione delle forze dell’ordine è molto alta. Non pensate, però, che tutte le auto lussuose o di grossa cilindrata immatricolate all’estero nascondano un tentativo di frode: abitualmente gli imprenditori che hanno aziende nei Paesi con regimi fiscali migliori, immatricolano il loro parco auto in quella nazione: in questo caso sono perfettamente in regola con la legge.

Anche il mercato delle auto immatricolate all’estero, però, nasconde qualche difficoltà. La prima, particolarmente complicata, riguarda la revisione. Nella maggior parte dei casi deve essere eseguita una volta all’anno. Per cui l’automobilista che ha in gestione un’auto straniera dovrebbe prevedere almeno un viaggio all’anno nella nazione dov’è registrata la sua vettura. Naturalmente per chi non ha voglia di sottoporsi a questa trasferta annuale, esistono organizzazioni illegali capaci diraccogliere i documenti e di restituirli dopo qualche giorno con tutte le validazioni del caso. Si tratta, ovviamente, di una azione illegale perché la revisione va regolarmente effettuata; e in più si rischia pure di incorrere in una truffa con la falsificazione della documentazione che, nella maggior parte dei casi, viene scoperta anche qui in Italia.

Un altro dettaglio di non secondaria importanza riguarda il pagamento delle contravvenzioni. Esiste una norma internazionale che prevede il versamento immediato della somma prevista dalla multa: se, insomma, i vigili o la stradale contestano un’infrazione, bisogna versare il dovuto nelle loro mani, in caso contrario scatta il sequestro del veicolo che verrà restituito solo dopo il pagamento.

(di Paolo Barbuto – Il Mattino)

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Risarcimento del danno da perdita del congiunto

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La Corte di Cassazione

La perdita di una persona cara implica necessariamente una sofferenza morale, la quale non costituisce un danno autonomo, ma rappresenta un aspetto – del quale tenere conto, unitamente a tutte le altre conseguenze, nella liquidazione unitaria ed omnicomprensiva – del danno non patrimoniale. Nella valutazione dell’entità del danno da perdita di congiunto occorre considerare l’età della persona deceduta e dei figli superstiti, la composizione del nucleo familiare ed il rapporto di convivenza.

La sofferenza provata dal convivente “more uxorio”, in conseguenza dell’uccisione del figlio unilaterale del partner, è un danno non patrimoniale risarcibile soltanto se sia dedotto e dimostrato che tra la vittima e l’attore sussistesse un rapporto familiare di fatto, il quale non si esaurisce nella mera convivenza, ma consiste in una relazione affettiva stabile, duratura, risalente e sotto ogni aspetto coincidente con quella naturalmente scaturente dalla filiazione.

Il risarcimento del danno non patrimoniale per la perdita del congiunto deve intendersi comprensivo di ogni profilo non patrimoniale e, quindi, non solo della sofferenza conseguente alla scomparsa della persona amata, ma anche della perdita di ogni utilità personale che dalla persistenza del rapporto familiare sarebbe derivata.

Il danno da perdita del rapporto parentale o c.d. esistenziale consiste nello sconvolgimento dell’esistenza sostanziantesi nello sconvolgimento delle abitudini di vita, con alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della comune vita di relazione – sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare – in fondamentali e radicali scelte di vita diversa. (Nella fattispecie tale danno è risultato integrato dallo sconvolgimento della vita subito dal coniuge a causa della morte dell’altro coniuge, deceduto in conseguenza di sinistro stradale).

La liquidazione del danno non patrimoniale, subito dai congiunti in conseguenza della uccisione di un familiare deve tenere conto della intensità del relativo vincolo, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza, quali la natura del vincolo, le abitudini di vita e la situazione di convivenza.

I nonni della vittima di un incidente stradale sono legittimati “iure proprio” a costituirsi parte civile per il risarcimento dei danni patrimoniali e morali, a prescindere dall’esistenza di un rapporto di convivenza con la vittima medesima.

(a cura della Redazione PlusPlus24 Diritto – Quotidiano del Diritto)

Come si determina la responsabilitá di un sinistro stradale?

APAID * www.apaid.it

screenshot_2016-12-08-08-08-26  Secondo il codice civile, la responsabilità é concorsuale se non ci sono prove contrarie. Le varie dinamiche sono poi valutate in base al codice della strada e alla norma che si é violata che ha causato il sinistro. Ad esempio in caso di tamponamento, chi tampona non ha tenuto la debita distanza di sicurezza, chi causa l’urto ad un incrocio ha omesso la precedenza, chi invade la corsia dell’altro è il responsabile perché ha violato la norma che lo vieta. Se il danneggiato non ha violato nessuna norma avrà ragione al 100%. Se anche lui ha commesso qualche infrazione la responsabilità sarà concorsuale.
Esiste un prontuario che fu distribuito dall’ ANIA in occasione dell’approvazione della legge sull’indennizzo diretto (CID) che ancora oggi é il riferimento dei liquidatori 8delle Compagnie di assicurazione. Lo trovi qui: barem_responsscreenshot_2016-12-08-08-35-46-1

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Assicurazioni: guerra informatica ai truffatori

Dopo la banca dati sinistri, l’IVASS, l’Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni, ha attivato anche l’anagrafe dei testimoni e quella dei danneggiati. Con l’ausilio di programmi che vanno in caccia delle correlazioni fra sinistri, è partito dunque l’Archivio Integrato Antifrode. Giusto combattere le truffe, ma ora scendano anche le tariffe! 
Se n’è parlato poco, ma dal 10 giugno scorso l’IVASS, l’Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni, ha avviato il nuovo Archivio Integrato Antifrode (AIA), che renderà la vita molto difficile a chi truffa le assicurazioni. Assicurazioni: guerra informatica ai truffatori
  L’obiettivo è integrare sempre più archivi in un unico database, che viene poi analizzato da specifici software che segnalano le anomalie indicanti le possibili frodi. Così, alla banca dati sinistri da qualche mese sono state aggiunte l’anagrafe dei testimoni e quella dei danneggiati.

Ogni volta che una compagnia assicuratrice segnala un sinistro alla banca dati, parte una valutazione automatica che rilascia un punteggio di rischio frode, che viene comunicato alla stessa compagnia: nullo, basso, medio e alto. Sulla base di questo il sinistro viene trattato, andando subito alla liquidazione o istruendo una pratica di investigazione, se necessario.
Nei casi in cui emerge un punteggio di rischio frode medio-alto, questo verrebbe comunicato anche alle altre compagnie che hanno gestito i precedenti sinistri. Insomma, la rete d’indagine si estende, e consente alle compagnie anche di valutare determinati indicatori della loro efficienza nella gestione dei sinistri e nella caccia alle frodi.
In futuro arriverà un portale Internet per compagnie e forze dell’ordine, che sarà particolarmente utile per valutare la rischiosità di un soggetto al momento in cui questo chiederà la stipula di un nuovo contratto. E verrà potenziato il sofware di analisi dei dati, per trovare le correlazioni possibili ma non visibili fra vari eventi e soggetti.
Le frodi assicurative sono uno dei motivi che tengono alto il prezzo delle polizze RCAuto e Moto in Italia. Non parliamo solo delle grandi frodi, quelle messe in atto da organizzazioni specializzate nei falsi incidenti. Ci riferiamo anche alle piccole frodi, che molti di noi mettono in campo quando cercano di aumentare un po’ il risarcimento per un incidente subito accollando qualcosa in più all’assicurazione.
Secondo i dati dell’ANIA, l’Associazione delle compagnie d’assicurazione, nel 2015 il 21,4% dei sinistri dichiarati in Italia è stato classificato a rischio frode. E c’è stata un’attività investigativa che ha portato al ritiro del 14,5% di richieste di risarcimento.
Ora ci si attenderebbe una riduzione delle tariffe assicurative: arriverà o le compagnie troveranno altre ragioni per tenere alti i prezzi?
Di Riccardo Matesic

In attesa che il legislatore vari le tabelle nazionali: a proposito di una recente sentenza della Cassazione

sentenza-giurisprudenza-2-imc-e1441097365607    Il contributo che segue è stato curato dall’Avv. Paolo Alessandro Magnani dello Studio Legale Magnani (e presidente della Scuola forense Dike) ed affronta il tema della risarcibilità del danno non patrimoniale alla luce di una recente sentenza della Cassazione, in attesa che sia introdotta la tabella unica nazionale per il risarcimento del danno non patrimoniale per le lesioni di non lieve entità e per quelle di lieve entità conseguenti a sinistri

Il tema della risarcibilità del danno non patrimoniale, così come definito dall’articolo 2059 c.c., da tempo oggetto di dibattito fra gli interpreti, è stato interessato da un orientamento giurisprudenziale non costante che, nel corso del tempo, ne ha progressivamente dilatato i confini e l’operatività; tale situazione ha senza dubbio creato più di una criticità operativa in termini di ingiustificabili disallineamenti circa le modalità di risarcimento dei danni lamentati. È per fare fronte a tale situazione spesso magmatica che la Cassazione nel 2008 a sezioni unite (sentenza 11 novembre 2008, n. 26972) ha tentato di cristallizzare l’unitarietà della categoria del danno non patrimoniale affermando che la liquidazione di esso deve essere complessiva e tale da comprendere, a prescindere dai vari tipi di danno, l’intero pregiudizio subito. La Suprema Corte ha chiarito altresì, muovendo proprio dalla definizione di danno biologico contemplata dall’art. 139, comma 2, cod. ass., che il cosiddetto “danno morale” − ovvero la sofferenza personale suscettibile di costituire ulteriore posta risarcibile (comunque unitariamente) del danno non patrimoniale − «rientra nell’area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente» (nota 1) nell’ipotesi in cui l’illecito configuri reato.

In tale pronuncia le Sezioni Unite hanno sostanzialmente affermato che la sofferenza psichica ed il dolore intimo costituiscono, al pari del danno esistenziale, solamente“voci” del danno biologico, con la conseguenza che, pur essendo ammissibile la risarcibilità della sofferenza morale e/o degli aspetti esistenziali violati, rimane comunque esclusa la possibilità di riconoscere nel danno morale e nel danno esistenziale categorie autonomamente risarcibili.

Fissati questi principi, non si è tuttavia raggiunto l’effetto sperato ovvero quello di uniformare la giurisprudenza del Supremo collegio che, anzi, in più occasioni, se ne è discostato (nota 2). La recente sentenza della sezione III (Cass., sez. III, 20 aprile 2016, n. 7766 in Foro it., 2016, I, c. 2055 s.), oggetto di analisi, ne è l’emblematica riprova.

In tale pronuncia la Cassazione conferma quanto deciso dal Tribunale di Bologna e ribadito dalla Corte di appello del medesimo capoluogo che, nel liquidare il danno non patrimoniale patito da una persona ferita in un incidente stradale, si erano discostate dalle tabelle milanesi ritenendo indispensabile, attese le peculiarità del caso concreto, procedere ad una personalizzazione del danno: era stato così riconosciuto sia il danno dinamico/relazionale che la sofferenza morale. Tale riconoscimento, con il consequenziale superamento dei limiti tabellari, viene prontamente denunciato dalla Compagnia di assicurazione: come già anticipato, la Cassazione disattende le doglianze della Compagnia e conferma quanto deciso dai giudici di merito.

Ancora una volta la questione rilevante affrontata è quella della risarcibilità dei danni non patrimoniali, categoria non definita a livello legislativo e, pertanto, soggetta a interpretazioni dottrinali e giurisprudenziali che ne estendono o riducono l’ambito operativo.

La premessa posta dalla Cassazione che ne condiziona, inevitabilmente, l’argomentare e la soluzione prospettata, è che qualunque vulnus recato ad un interesse tutelato dalla Carta fondamentale si caratterizza per la doppia dimensione del danno: danno di relazione che investe la proiezione esterna dell’essere e danno morale che si proietta all’interno e costituisce una interiorizzazione intimistica della sofferenza. Questi due aspetti, a giudizio del S. C., non sempre sono riconducibili a rigide catalogazioni varate dal legislatore o apprestate dai Tribunali: ne segue che è più che legittimo che i giudici per la quantificazione del danno si discostino dai valori tabellari e procedano quindi ad una sua personalizzazione. Diversamente opinando – prosegue la Corte – non si terrebbe conto “della reale fenomenologia del danno alla persona negando la quale il giudice rischia di incorrere in un errore ancora più grave, e cioè quello di sostituire una meta-realtà giuridica a una realtà fenomenica”.

Le tabelle, cui si fa riferimento, sono le “tabelle milanesi” che – come è risaputo – stabiliscono criteri per la valutazione del danno biologico ancorando a determinati parametri l’entità del risarcimento. Tuttavia, a giudizio della Cassazione, nella realtà concreta possono manifestarsi casi che presentano peculiarità talmente specifiche da imporre un discostamento dai valori espressi nelle tabelle per la valutazione del danno: in questa evenienza è necessario secondo il S.C. procedere ad una personalizzazione del danno.

Per suffragare tale posizione la Corte di Cassazione richiama, a mio avviso non del tutto pertinentemente, la sentenza n. 235 del 2014 della Consulta che, intervenuta a vagliare la costituzionalità dell’art. 139 cod. ass. (nota 3), aveva respinto la relativa censura non avendo riscontrato nel regime normativo da esso previsto alcuna incompatibilità con la Carta fondamentale. Nell’ordinanza di rimessione si era, tra l’altro, eccepita la costituzionalità del meccanismo tabellare di risarcimento del danno biologico (permanente o temporaneo) da lesioni di lieve entità derivanti da sinistro stradale. A detta del giudice remittente tale meccanismo condurrebbe ad un ristoro del danno assolutamente deficitario rispetto alle effettive peculiarità del medesimo; l’adozione infatti di criteri di valutazione definiti per via normativa, equi ex ante, non permetterebbe di garantire al danneggiato un ristoro concretamente satisfattivo del danno lamentato. La rigidità dell’aumento percentuale dell’importo nella misura massima del quinto (20%), nonché la (supposta) impossibilità di liquidare l’eventuale, non contemplato, danno morale – come criteri generali ed astratti – non consentirebbero infatti una adeguata personalizzazione del danno.

La Corte costituzionale, nel ritenere infondate le questioni sollevate, aveva poggiato il suo iter argomentativo proprio sulla sentenza n. 26972 del 2008 emanata dalle Sezioni unite le quali avevano affermato che il cosiddetto “danno morale” − e cioè la sofferenza personale suscettibile di costituire ulteriore posta risarcibile (comunque unitariamente) del danno non patrimoniale, − «rientra nell’area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente»nell’ipotesi in cui l’illecito configuri reato. Il giudice delle leggi aveva altresì affermato che: “Il controllo di costituzionalità del meccanismo tabellare di risarcimento del danno biologico introdotto dal censurato art. 139 cod. ass. andava bilanciato con altri valori, egualmente rilevanti”, arrivando a concludere che in un sistema, come quello vigente, di responsabilità civile per la circolazione dei veicoli “l’interesse risarcitorio particolare del danneggiato deve comunque misurarsi con quello, generale e sociale, degli assicurati ad avere un livello accettabile e sostenibile dei premi assicurativi”. In aggiunta, la Corte costituzionale rilevava che la norma denunciata non era chiusa, refrattaria, alla risarcibilità anche del danno morale in quanto, ricorrendone i presupposti, era data al giudice la possibilità di incremento dell’ammontare del danno biologico, secondo la previsione, ed entro i limiti, di cui all’art. 139, comma 3, cod. ass.

La sentenza della Corte costituzionale fornisce, senza dubbio, indicazioni precise in merito al tema che si sta affrontando: la considerazione – assai significativa – secondo la quale gli interessi che devono essere tenuti in considerazione, accanto a quelli individuali, sono anche di tipo sociale, che non possono essere disconosciuti dalla prevalenza data ai primi (agli interessi individuali), è di estremo rilievo.

Pur richiamando la sentenza della Corte costituzionale, che aveva sottolineato l’esigenza di un bilanciamento degli interessi in gioco, la Cassazione, nel prosieguo dell’argomentare, non trae da essa le dovute conseguenze. Seppure la sentenza si presenti articolata e ricca, gli esiti cui perviene, estendendo la nozione di danno non patrimoniale risarcibile, non sono condivisibili. Non sfugge, infatti, che se si riscontrano all’interno della categoria unitaria del danno non patrimoniale diverse “poste” di danno con caratteri tra loro non così ontologicamente differenti l’effetto che si produce è quello di una (ingiustificata) duplicazione del risarcimento con pesanti conseguenze economiche sia sulle compagnie di assicurazioni, sia sugli stessi fruitori delle polizze che vedono incrementati i premi da corrispondere,. Difatti, tanto più si amplia questa nozione, tanto più vengono parcellizzate le poste risarcibili creando il rischio di liquidare più volte il medesimo danno, anche se diversamente aggettivato.

Ma – e sono forse queste le conseguenze più temibili – in assenza di linee interpretative univoche si creano prassi applicative difformi. Quindi, per garantire prassi certe e uniformi nell’applicazione dei risarcimenti (nota 4), si dovrebbe porre mano alla redazione di tabelle aventi valore nazionale (nota 5) che includano al proprio interno le varie voci di danno e fissino i limiti della risarcibilità, onde poter così adottare modalità di quantificazione (e qualificazione) del risarcimento in modo uniforme a livello nazionale.

Sembra avere seguito questa via il riformatore che nell’atto S. n. 2085 (al momento in fase di trattazione consultiva davanti alla V Commissione Permanente – Bilancio), all’art. 8 sostituisce gli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni, introducendo la tabella unica nazionale per il risarcimento del danno non patrimoniale per le lesioni di non lieve entità e per quelle di lieve entità conseguenti a sinistri (nota 6). Lo sforzo che si intravvede dietro la riforma di questi due articoli sembra quello di porre fine al disordine interpretativo. Significativo è, difatti, l’incipit del riformato articolo 138 cod. ass. ove si legge: “Al fine di garantire il diritto delle vittime dei sinistri a un pieno risarcimento del danno non patrimoniale effettivamente subito e di razionalizzare i costi gravanti sul sistema assicurativo e sui consumatori”. Altresì degno di nota è il riconoscimento della componente del danno morale da lesione all’integrità fisica che compare nei riformati artt. 138 e 139 (nota 7). La norma affida poi ad un futuro d.P.R. da adottare entro 120 giorni la definizione di una tabella unica valida su tutto il territorio nazionale per il risarcimento delle lesioni all’integrità psico-fisica.

Nella seduta dell’8 giugno 2016, la Commissione permanente Industria, Commercio e Turismo del Senato ha approvato senza modifiche il testo dell’art. 8 del Disegno di legge: agli interpreti non resta che attendere se, e quando, i nostri emicicli parlamentari provvederanno a dar dignità di legge a tale provvedimento.

Avv. Paolo Alessandro Magnani, Studio Legale Magnani (in collaborazione conIntermedia Channel)


(1) Adesiva, tra le ultime, Cass., sez. III, 7 novembre 2014, Ced 633405, secondo la quale resta preclusa la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona, quali il danno alla vita di relazione e alla vita sessuale, il danno estetico e il danno esistenziale.

(2) In precedenza, in netto contrasto con quanto affermato dalle Sezioni Unite, la III sezione (Cass., sez. III, 9 giugno 2015, Ced 635701) ha affermato che: “Nel caso di lesioni di non lieve entità e, dunque, al di fuori dell’ambito applicativo delle lesioni cd. micro permanenti di cui all’art. 139 del d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209, il danno morale costituisce una voce di pregiudizio non patrimoniale, ricollegabile alla violazione di un interesse costituzionalmente tutelato, da tenere distinta dal danno biologico e dal danno nei suoi aspetti dinamico relazionali presi in considerazione dall’art. 138 del menzionato d.lgs. n. 209 del 2005, con la conseguenza che va risarcito autonomamente, ove provato, senza che ciò comporti alcuna duplicazione risarcitoria”; per altri precedenti cfr. sez. L. 17 dicembre 2014, Ced 633861.

(3) E non, quindi, dell’art. 138 cod. ass.; per una piena estensibilità di quanto affermato dalla Corte costituzionale in relazione all’art. 139 cod. ass. e all’art. 138 cod. ass. cfr. Ponzanelli, “Dolore e vita che cambiano: un nuovo attacco alle tabelle milanesi sul danno non patrimoniale”, in Foro it., 2016, I, c. 2064.

(4) Si deve ricordare che sono state stilate dalla giurisprudenza delle tabelle risarcitorie (c.d. tabelle del Tribunale di Milano) che contemplano una liquidazione unitaria (danno biologico standard e danno morale, con la garanzia di un livello minimo di personalizzazione) e che vengono applicate da tempo su tutto il territorio nazionale, essendo considerate strumento utile per una equa valutazione monetaria del danno subito. La validità di tali tabelle è stata riconosciuta anche dalla Corte di Cassazione nella sentenza del 7 giugno 2011 n. 12408 che ha definito le tabelle elaborate dal Tribunale di Milano come le più congrue, sia per il metodo di calcolo sia per quanto riguarda i valori risarcitori, individuando in esse il parametro di riferimento per il risarcimento alla persona da applicarsi uniformemente sull’intero territorio nazionale onde evitare disparità di trattamento: “poiché l’equità va intesa anche come parità di trattamento, la liquidazione del danno non patrimoniale alla persona da lesione dell’integrità psico-fisica presuppone l’adozione da parte di tutti i giudici di merito di parametri di valutazione uniformi che, in difetto di previsioni normative (come l’art. 139 del codice delle assicurazioni private, per le lesioni di lieve entità conseguenti alla sola circolazione dei veicoli a motore e dei natanti), vanno individuati in quelli tabellari elaborati presso il tribunale di Milano, da modularsi a seconda delle circostanze del caso concreto”.

(5) Già previste e non ancora attuate dai vigenti artt. 138 e 139 cod. ass.

(6) Si specifica al comma 2 del riformato art. 138 cod. ass. che la tabella dovrà essere redatta sulla base dei criteri di valutazione del danno non patrimoniale elaborati dalla consolidata giurisprudenza di legittimità.

(7) Cfr. art. 138, comma 2, lett. e) e art. 139, comma 3.

FONTE

Truffe alle assicurazioni, prosciolti tutti i 52 imputati

APAID * www.apaid.it

firenze_palazzo_di_giustizia_novoli6   Truffe alle assicurazioni, prosciolti tutti i 52 imputati 07 luglio 2016 19:06Cronaca Firenze Palazzo di Giustizia a Firenze (foto gonews.it) Pioggia di prescrizioni a Firenze: 52 imputati – cioè tutti – sono stati prosciolti dall’accusa di truffa alle assicurazioni realizzate col ‘classico’ metodo della simulazione di incidenti stradali. Di questi solo due andranno a processo, ma per altri reati collegati E’ quanto definito oggi al termine di una udienza preliminare-record durata circa due anni, mentre i fatti – decine di casi di sinistri inventati a Firenze – risalgono al periodo 2006, 2007 e inizio 2008. Coinvolti avvocati, medici legali, titolari di agenzie infortunistiche e personaggi che si prestavano a simulare praticamente gli incidenti attestando il falso. Parti civili, invece, tutte le compagnie assicurative più importanti. Oggi il gup Maria Dolores Limongi ha prosciolto nel merito sette imputati, medici legali, ma per tutti gli altri è scattata la prescrizione sul…

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Ecco quando l’avvocato deve risarcire il cliente

Businessman writing testament at notary public office

Dalle prove-chiave dimenticate alla negligenza del domiciliatario. Per i giudici non va garantito il risultato ma occorre lavorare con correttezza

La mancata indicazione di prove indispensabili per decidere la causa. Una scelta difensiva azzardata, fatta perché sollecitata dal cliente. La negligenza del collega domiciliatario. Sono diversi gli errori degli avvocati che, per i giudici, fanno scattare la responsabilità professionale e la condanna a risarcire i clienti. E la casistica è articolata perché rispecchia i vari profili dell’attività che gli avvocati si impegnano a svolgere per i clienti: dalla fase di prima disamina della questione, con l’indicazione degli elementi che caratterizzano il fatto giuridico, alla fase di vera e propria gestione delle difese più idonee a raggiungere lo scopo.

L’obbligazione che l’avvocato assume è sempre legata a un’attività intellettuale con la quale vengono messi a disposizione del cliente i mezzi tecnici (le conoscenze e la sua organizzazione) propri del professionista il quale, se non deve garantire un risultato sempre positivo, certamente deve però offrire un grado di professionalità e di diligenza propria di un operatore qualificato. È quanto affermano i giudici che si pronunciano sulla qualità dell’attività dell’avvocato chiamato in giudizio dal cliente non soddisfatto del suo operato.

Un particolare profilo di valutazione della condotta dell’avvocato sta innanzitutto nella genesi del rapporto professionale: il cliente vuole sapere dal professionista se le istanze sono fondate sul piano giuridico e se vale la pena investire tempo e denaro (non solo i compensi del legale, ma anche le somme per il contributo unificato) nel giudizio.

L’avvocato ha l’obbligo di informare il cliente sulle difficoltà del giudizio che intende intraprendere, sui rischi di insuccesso e sui costi che si dovranno sostenere con una prognosi quanto più possibile vicina alla realtà. Né è sufficiente, per l’avvocato, sostenere che è stato il cliente a insistere per una certa azione con poche chance di successo, perché la strategia difensiva è sempre un patrimonio del professionista che opera una scelta in prima persona (come ha affermato la Cassazione nella sentenza 10289/2015).

Attenzione, poi, alle prove: l’avvocato deve risarcire il cliente se non indica una prova indispensabile per la decisione del giudizio, a meno che non dimostri di non averlo potuto fare per fatto a lui non imputabile o di avere svolto tutte le attività che, nel caso concreto, potevano essergli ragionevolmente richieste (come ha spiegato la Cassazionenella sentenza 25963/2015).

Inoltre, all’avvocato è sempre richiesta una diligenza associata a un obbligo di correttezza, nel rapporto sia con il proprio assistito, sia con i terzi, sia con la controparte: quest’ultima non deve essere danneggiata intenzionalmente, anche se il legale difende gli intessi della parte rappresentata. Così, il Tribunale di Trieste ha condannato un avvocato a risarcire il danno a una parte (diversa dal suo cliente) che era stata intenzionalmente danneggiata con l’azione intrapresa (sentenza del 10 agosto 2015).

L’avvocato non è responsabile solo per la sua attività, ma anche per quella del domiciliatario. Per il Tribunale di Rimini (sentenza 240 del 15 febbraio 2016), se il domiciliatario non compare formalmente in udienza, il cliente può chiedere i danni al difensore.

Ma non tutti gli errori degli avvocati portano alla condanna a risarcire il danno ai clienti. In primo luogo, non sempre l’errore determina un danno: per esempio, la mancata adozione di un’istanza nell’interesse del cliente potrebbe non avere conseguenze se si dimostra che l’assistito avrebbe comunque perso la causa. Infatti, l’avvocato non ha un’“obbligazione di risultato”, nel senso che non è tenuto a realizzare comunque l’esito positivo a favore della parte assistita quando non sussistono in fatto e in diritto i presupposti per questo risultato.

Un’altra ipotesi in cui l’avvocato può essere assolto, anche se ha commesso un errore, è quella in cui sia chiamato ad affrontare una questione di particolare difficoltà. Succede, ad esempio, quando il legale deve dare soluzione a un problema tecnico particolarmente complesso: in questo caso risponde solo per dolo o colpa grave e non per una condotta errata dovuta alla complessità del caso (come ha precisato la Cassazione nella sentenza 2954/2016).

Per coprire i danni causati ai clienti, la riforma contenuta nel Dpr 137/2012 ha introdotto l’obbligo di stipulare un’assicurazione professionale. Ma per gli avvocati la riforma forense (legge 247/2012) ha scritto un percorso ad hoc. Il ministro della Giustizia, sentito il Consiglio nazionale forense, deve stabilire le condizioni essenziali e i massimali minimi delle polizze.

Al momento la bozza di decreto trasmessa dal ministero è in consultazione presso l’avvocatura. Al termine di questa fase (che si chiuderà entro fine mese) il Cnf formulerà il parere per permettere al ministero di emanare il decreto. Così, l’obbligo di stipulare una polizza a copertura della responsabilità civile diventerà pienamente operativo anche per gli avvocati.

(di Filippo Martini – Quotidiano del Diritto)