Auto-Scan

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autoscanAuto-Scan è uno strumento di ultima generazione nella valutazione dei danni auto. Nato in Germania dal gruppo KhS, specializzato nella soluzione smart dei danni da grandine, si sta per proporre alle compagnie di assicurazione per la quantificazione automatica, veloce e precisa dei danni da grandine.

Il responsabile tecnico di Eurostime,  P.A. Roberto Marino è stato invitato alla presentazione ufficiale ad Arcore, presso la sede italiana di KhS il 5 maggio 2017, ed ha potuto assistere ad una dimostrazione pratica nella quale una vettura con tutte le superfici piane ricoperte di “bolli” da grandine veniva analizzata da Auto-Scan in pochi secondi. In 4 minuti è uscito il risultato: 33 bolli divisi nelle varie dimensioni, piccolo, medio e grande, la posizione,  il filmato ed il report (perizia/preventivo) con descrizioni e valori, parziali e totali.

Dopo la dimostrazione ci siamo intrattenuti coi dirigenti delle due società, Khs e AutoScan che hanno portato la novità in Italia, per proporre l’utilizzo…

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Come si determina la responsabilitá di un sinistro stradale?

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screenshot_2016-12-08-08-08-26  Secondo il codice civile, la responsabilità é concorsuale se non ci sono prove contrarie. Le varie dinamiche sono poi valutate in base al codice della strada e alla norma che si é violata che ha causato il sinistro. Ad esempio in caso di tamponamento, chi tampona non ha tenuto la debita distanza di sicurezza, chi causa l’urto ad un incrocio ha omesso la precedenza, chi invade la corsia dell’altro è il responsabile perché ha violato la norma che lo vieta. Se il danneggiato non ha violato nessuna norma avrà ragione al 100%. Se anche lui ha commesso qualche infrazione la responsabilità sarà concorsuale.
Esiste un prontuario che fu distribuito dall’ ANIA in occasione dell’approvazione della legge sull’indennizzo diretto (CID) che ancora oggi é il riferimento dei liquidatori 8delle Compagnie di assicurazione. Lo trovi qui: barem_responsscreenshot_2016-12-08-08-35-46-1

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Assicurazioni: guerra informatica ai truffatori

Dopo la banca dati sinistri, l’IVASS, l’Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni, ha attivato anche l’anagrafe dei testimoni e quella dei danneggiati. Con l’ausilio di programmi che vanno in caccia delle correlazioni fra sinistri, è partito dunque l’Archivio Integrato Antifrode. Giusto combattere le truffe, ma ora scendano anche le tariffe! 
Se n’è parlato poco, ma dal 10 giugno scorso l’IVASS, l’Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni, ha avviato il nuovo Archivio Integrato Antifrode (AIA), che renderà la vita molto difficile a chi truffa le assicurazioni. Assicurazioni: guerra informatica ai truffatori
  L’obiettivo è integrare sempre più archivi in un unico database, che viene poi analizzato da specifici software che segnalano le anomalie indicanti le possibili frodi. Così, alla banca dati sinistri da qualche mese sono state aggiunte l’anagrafe dei testimoni e quella dei danneggiati.

Ogni volta che una compagnia assicuratrice segnala un sinistro alla banca dati, parte una valutazione automatica che rilascia un punteggio di rischio frode, che viene comunicato alla stessa compagnia: nullo, basso, medio e alto. Sulla base di questo il sinistro viene trattato, andando subito alla liquidazione o istruendo una pratica di investigazione, se necessario.
Nei casi in cui emerge un punteggio di rischio frode medio-alto, questo verrebbe comunicato anche alle altre compagnie che hanno gestito i precedenti sinistri. Insomma, la rete d’indagine si estende, e consente alle compagnie anche di valutare determinati indicatori della loro efficienza nella gestione dei sinistri e nella caccia alle frodi.
In futuro arriverà un portale Internet per compagnie e forze dell’ordine, che sarà particolarmente utile per valutare la rischiosità di un soggetto al momento in cui questo chiederà la stipula di un nuovo contratto. E verrà potenziato il sofware di analisi dei dati, per trovare le correlazioni possibili ma non visibili fra vari eventi e soggetti.
Le frodi assicurative sono uno dei motivi che tengono alto il prezzo delle polizze RCAuto e Moto in Italia. Non parliamo solo delle grandi frodi, quelle messe in atto da organizzazioni specializzate nei falsi incidenti. Ci riferiamo anche alle piccole frodi, che molti di noi mettono in campo quando cercano di aumentare un po’ il risarcimento per un incidente subito accollando qualcosa in più all’assicurazione.
Secondo i dati dell’ANIA, l’Associazione delle compagnie d’assicurazione, nel 2015 il 21,4% dei sinistri dichiarati in Italia è stato classificato a rischio frode. E c’è stata un’attività investigativa che ha portato al ritiro del 14,5% di richieste di risarcimento.
Ora ci si attenderebbe una riduzione delle tariffe assicurative: arriverà o le compagnie troveranno altre ragioni per tenere alti i prezzi?
Di Riccardo Matesic

In attesa che il legislatore vari le tabelle nazionali: a proposito di una recente sentenza della Cassazione

sentenza-giurisprudenza-2-imc-e1441097365607    Il contributo che segue è stato curato dall’Avv. Paolo Alessandro Magnani dello Studio Legale Magnani (e presidente della Scuola forense Dike) ed affronta il tema della risarcibilità del danno non patrimoniale alla luce di una recente sentenza della Cassazione, in attesa che sia introdotta la tabella unica nazionale per il risarcimento del danno non patrimoniale per le lesioni di non lieve entità e per quelle di lieve entità conseguenti a sinistri

Il tema della risarcibilità del danno non patrimoniale, così come definito dall’articolo 2059 c.c., da tempo oggetto di dibattito fra gli interpreti, è stato interessato da un orientamento giurisprudenziale non costante che, nel corso del tempo, ne ha progressivamente dilatato i confini e l’operatività; tale situazione ha senza dubbio creato più di una criticità operativa in termini di ingiustificabili disallineamenti circa le modalità di risarcimento dei danni lamentati. È per fare fronte a tale situazione spesso magmatica che la Cassazione nel 2008 a sezioni unite (sentenza 11 novembre 2008, n. 26972) ha tentato di cristallizzare l’unitarietà della categoria del danno non patrimoniale affermando che la liquidazione di esso deve essere complessiva e tale da comprendere, a prescindere dai vari tipi di danno, l’intero pregiudizio subito. La Suprema Corte ha chiarito altresì, muovendo proprio dalla definizione di danno biologico contemplata dall’art. 139, comma 2, cod. ass., che il cosiddetto “danno morale” − ovvero la sofferenza personale suscettibile di costituire ulteriore posta risarcibile (comunque unitariamente) del danno non patrimoniale − «rientra nell’area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente» (nota 1) nell’ipotesi in cui l’illecito configuri reato.

In tale pronuncia le Sezioni Unite hanno sostanzialmente affermato che la sofferenza psichica ed il dolore intimo costituiscono, al pari del danno esistenziale, solamente“voci” del danno biologico, con la conseguenza che, pur essendo ammissibile la risarcibilità della sofferenza morale e/o degli aspetti esistenziali violati, rimane comunque esclusa la possibilità di riconoscere nel danno morale e nel danno esistenziale categorie autonomamente risarcibili.

Fissati questi principi, non si è tuttavia raggiunto l’effetto sperato ovvero quello di uniformare la giurisprudenza del Supremo collegio che, anzi, in più occasioni, se ne è discostato (nota 2). La recente sentenza della sezione III (Cass., sez. III, 20 aprile 2016, n. 7766 in Foro it., 2016, I, c. 2055 s.), oggetto di analisi, ne è l’emblematica riprova.

In tale pronuncia la Cassazione conferma quanto deciso dal Tribunale di Bologna e ribadito dalla Corte di appello del medesimo capoluogo che, nel liquidare il danno non patrimoniale patito da una persona ferita in un incidente stradale, si erano discostate dalle tabelle milanesi ritenendo indispensabile, attese le peculiarità del caso concreto, procedere ad una personalizzazione del danno: era stato così riconosciuto sia il danno dinamico/relazionale che la sofferenza morale. Tale riconoscimento, con il consequenziale superamento dei limiti tabellari, viene prontamente denunciato dalla Compagnia di assicurazione: come già anticipato, la Cassazione disattende le doglianze della Compagnia e conferma quanto deciso dai giudici di merito.

Ancora una volta la questione rilevante affrontata è quella della risarcibilità dei danni non patrimoniali, categoria non definita a livello legislativo e, pertanto, soggetta a interpretazioni dottrinali e giurisprudenziali che ne estendono o riducono l’ambito operativo.

La premessa posta dalla Cassazione che ne condiziona, inevitabilmente, l’argomentare e la soluzione prospettata, è che qualunque vulnus recato ad un interesse tutelato dalla Carta fondamentale si caratterizza per la doppia dimensione del danno: danno di relazione che investe la proiezione esterna dell’essere e danno morale che si proietta all’interno e costituisce una interiorizzazione intimistica della sofferenza. Questi due aspetti, a giudizio del S. C., non sempre sono riconducibili a rigide catalogazioni varate dal legislatore o apprestate dai Tribunali: ne segue che è più che legittimo che i giudici per la quantificazione del danno si discostino dai valori tabellari e procedano quindi ad una sua personalizzazione. Diversamente opinando – prosegue la Corte – non si terrebbe conto “della reale fenomenologia del danno alla persona negando la quale il giudice rischia di incorrere in un errore ancora più grave, e cioè quello di sostituire una meta-realtà giuridica a una realtà fenomenica”.

Le tabelle, cui si fa riferimento, sono le “tabelle milanesi” che – come è risaputo – stabiliscono criteri per la valutazione del danno biologico ancorando a determinati parametri l’entità del risarcimento. Tuttavia, a giudizio della Cassazione, nella realtà concreta possono manifestarsi casi che presentano peculiarità talmente specifiche da imporre un discostamento dai valori espressi nelle tabelle per la valutazione del danno: in questa evenienza è necessario secondo il S.C. procedere ad una personalizzazione del danno.

Per suffragare tale posizione la Corte di Cassazione richiama, a mio avviso non del tutto pertinentemente, la sentenza n. 235 del 2014 della Consulta che, intervenuta a vagliare la costituzionalità dell’art. 139 cod. ass. (nota 3), aveva respinto la relativa censura non avendo riscontrato nel regime normativo da esso previsto alcuna incompatibilità con la Carta fondamentale. Nell’ordinanza di rimessione si era, tra l’altro, eccepita la costituzionalità del meccanismo tabellare di risarcimento del danno biologico (permanente o temporaneo) da lesioni di lieve entità derivanti da sinistro stradale. A detta del giudice remittente tale meccanismo condurrebbe ad un ristoro del danno assolutamente deficitario rispetto alle effettive peculiarità del medesimo; l’adozione infatti di criteri di valutazione definiti per via normativa, equi ex ante, non permetterebbe di garantire al danneggiato un ristoro concretamente satisfattivo del danno lamentato. La rigidità dell’aumento percentuale dell’importo nella misura massima del quinto (20%), nonché la (supposta) impossibilità di liquidare l’eventuale, non contemplato, danno morale – come criteri generali ed astratti – non consentirebbero infatti una adeguata personalizzazione del danno.

La Corte costituzionale, nel ritenere infondate le questioni sollevate, aveva poggiato il suo iter argomentativo proprio sulla sentenza n. 26972 del 2008 emanata dalle Sezioni unite le quali avevano affermato che il cosiddetto “danno morale” − e cioè la sofferenza personale suscettibile di costituire ulteriore posta risarcibile (comunque unitariamente) del danno non patrimoniale, − «rientra nell’area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente»nell’ipotesi in cui l’illecito configuri reato. Il giudice delle leggi aveva altresì affermato che: “Il controllo di costituzionalità del meccanismo tabellare di risarcimento del danno biologico introdotto dal censurato art. 139 cod. ass. andava bilanciato con altri valori, egualmente rilevanti”, arrivando a concludere che in un sistema, come quello vigente, di responsabilità civile per la circolazione dei veicoli “l’interesse risarcitorio particolare del danneggiato deve comunque misurarsi con quello, generale e sociale, degli assicurati ad avere un livello accettabile e sostenibile dei premi assicurativi”. In aggiunta, la Corte costituzionale rilevava che la norma denunciata non era chiusa, refrattaria, alla risarcibilità anche del danno morale in quanto, ricorrendone i presupposti, era data al giudice la possibilità di incremento dell’ammontare del danno biologico, secondo la previsione, ed entro i limiti, di cui all’art. 139, comma 3, cod. ass.

La sentenza della Corte costituzionale fornisce, senza dubbio, indicazioni precise in merito al tema che si sta affrontando: la considerazione – assai significativa – secondo la quale gli interessi che devono essere tenuti in considerazione, accanto a quelli individuali, sono anche di tipo sociale, che non possono essere disconosciuti dalla prevalenza data ai primi (agli interessi individuali), è di estremo rilievo.

Pur richiamando la sentenza della Corte costituzionale, che aveva sottolineato l’esigenza di un bilanciamento degli interessi in gioco, la Cassazione, nel prosieguo dell’argomentare, non trae da essa le dovute conseguenze. Seppure la sentenza si presenti articolata e ricca, gli esiti cui perviene, estendendo la nozione di danno non patrimoniale risarcibile, non sono condivisibili. Non sfugge, infatti, che se si riscontrano all’interno della categoria unitaria del danno non patrimoniale diverse “poste” di danno con caratteri tra loro non così ontologicamente differenti l’effetto che si produce è quello di una (ingiustificata) duplicazione del risarcimento con pesanti conseguenze economiche sia sulle compagnie di assicurazioni, sia sugli stessi fruitori delle polizze che vedono incrementati i premi da corrispondere,. Difatti, tanto più si amplia questa nozione, tanto più vengono parcellizzate le poste risarcibili creando il rischio di liquidare più volte il medesimo danno, anche se diversamente aggettivato.

Ma – e sono forse queste le conseguenze più temibili – in assenza di linee interpretative univoche si creano prassi applicative difformi. Quindi, per garantire prassi certe e uniformi nell’applicazione dei risarcimenti (nota 4), si dovrebbe porre mano alla redazione di tabelle aventi valore nazionale (nota 5) che includano al proprio interno le varie voci di danno e fissino i limiti della risarcibilità, onde poter così adottare modalità di quantificazione (e qualificazione) del risarcimento in modo uniforme a livello nazionale.

Sembra avere seguito questa via il riformatore che nell’atto S. n. 2085 (al momento in fase di trattazione consultiva davanti alla V Commissione Permanente – Bilancio), all’art. 8 sostituisce gli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni, introducendo la tabella unica nazionale per il risarcimento del danno non patrimoniale per le lesioni di non lieve entità e per quelle di lieve entità conseguenti a sinistri (nota 6). Lo sforzo che si intravvede dietro la riforma di questi due articoli sembra quello di porre fine al disordine interpretativo. Significativo è, difatti, l’incipit del riformato articolo 138 cod. ass. ove si legge: “Al fine di garantire il diritto delle vittime dei sinistri a un pieno risarcimento del danno non patrimoniale effettivamente subito e di razionalizzare i costi gravanti sul sistema assicurativo e sui consumatori”. Altresì degno di nota è il riconoscimento della componente del danno morale da lesione all’integrità fisica che compare nei riformati artt. 138 e 139 (nota 7). La norma affida poi ad un futuro d.P.R. da adottare entro 120 giorni la definizione di una tabella unica valida su tutto il territorio nazionale per il risarcimento delle lesioni all’integrità psico-fisica.

Nella seduta dell’8 giugno 2016, la Commissione permanente Industria, Commercio e Turismo del Senato ha approvato senza modifiche il testo dell’art. 8 del Disegno di legge: agli interpreti non resta che attendere se, e quando, i nostri emicicli parlamentari provvederanno a dar dignità di legge a tale provvedimento.

Avv. Paolo Alessandro Magnani, Studio Legale Magnani (in collaborazione conIntermedia Channel)


(1) Adesiva, tra le ultime, Cass., sez. III, 7 novembre 2014, Ced 633405, secondo la quale resta preclusa la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona, quali il danno alla vita di relazione e alla vita sessuale, il danno estetico e il danno esistenziale.

(2) In precedenza, in netto contrasto con quanto affermato dalle Sezioni Unite, la III sezione (Cass., sez. III, 9 giugno 2015, Ced 635701) ha affermato che: “Nel caso di lesioni di non lieve entità e, dunque, al di fuori dell’ambito applicativo delle lesioni cd. micro permanenti di cui all’art. 139 del d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209, il danno morale costituisce una voce di pregiudizio non patrimoniale, ricollegabile alla violazione di un interesse costituzionalmente tutelato, da tenere distinta dal danno biologico e dal danno nei suoi aspetti dinamico relazionali presi in considerazione dall’art. 138 del menzionato d.lgs. n. 209 del 2005, con la conseguenza che va risarcito autonomamente, ove provato, senza che ciò comporti alcuna duplicazione risarcitoria”; per altri precedenti cfr. sez. L. 17 dicembre 2014, Ced 633861.

(3) E non, quindi, dell’art. 138 cod. ass.; per una piena estensibilità di quanto affermato dalla Corte costituzionale in relazione all’art. 139 cod. ass. e all’art. 138 cod. ass. cfr. Ponzanelli, “Dolore e vita che cambiano: un nuovo attacco alle tabelle milanesi sul danno non patrimoniale”, in Foro it., 2016, I, c. 2064.

(4) Si deve ricordare che sono state stilate dalla giurisprudenza delle tabelle risarcitorie (c.d. tabelle del Tribunale di Milano) che contemplano una liquidazione unitaria (danno biologico standard e danno morale, con la garanzia di un livello minimo di personalizzazione) e che vengono applicate da tempo su tutto il territorio nazionale, essendo considerate strumento utile per una equa valutazione monetaria del danno subito. La validità di tali tabelle è stata riconosciuta anche dalla Corte di Cassazione nella sentenza del 7 giugno 2011 n. 12408 che ha definito le tabelle elaborate dal Tribunale di Milano come le più congrue, sia per il metodo di calcolo sia per quanto riguarda i valori risarcitori, individuando in esse il parametro di riferimento per il risarcimento alla persona da applicarsi uniformemente sull’intero territorio nazionale onde evitare disparità di trattamento: “poiché l’equità va intesa anche come parità di trattamento, la liquidazione del danno non patrimoniale alla persona da lesione dell’integrità psico-fisica presuppone l’adozione da parte di tutti i giudici di merito di parametri di valutazione uniformi che, in difetto di previsioni normative (come l’art. 139 del codice delle assicurazioni private, per le lesioni di lieve entità conseguenti alla sola circolazione dei veicoli a motore e dei natanti), vanno individuati in quelli tabellari elaborati presso il tribunale di Milano, da modularsi a seconda delle circostanze del caso concreto”.

(5) Già previste e non ancora attuate dai vigenti artt. 138 e 139 cod. ass.

(6) Si specifica al comma 2 del riformato art. 138 cod. ass. che la tabella dovrà essere redatta sulla base dei criteri di valutazione del danno non patrimoniale elaborati dalla consolidata giurisprudenza di legittimità.

(7) Cfr. art. 138, comma 2, lett. e) e art. 139, comma 3.

FONTE

Ecco quando l’avvocato deve risarcire il cliente

Businessman writing testament at notary public office

Dalle prove-chiave dimenticate alla negligenza del domiciliatario. Per i giudici non va garantito il risultato ma occorre lavorare con correttezza

La mancata indicazione di prove indispensabili per decidere la causa. Una scelta difensiva azzardata, fatta perché sollecitata dal cliente. La negligenza del collega domiciliatario. Sono diversi gli errori degli avvocati che, per i giudici, fanno scattare la responsabilità professionale e la condanna a risarcire i clienti. E la casistica è articolata perché rispecchia i vari profili dell’attività che gli avvocati si impegnano a svolgere per i clienti: dalla fase di prima disamina della questione, con l’indicazione degli elementi che caratterizzano il fatto giuridico, alla fase di vera e propria gestione delle difese più idonee a raggiungere lo scopo.

L’obbligazione che l’avvocato assume è sempre legata a un’attività intellettuale con la quale vengono messi a disposizione del cliente i mezzi tecnici (le conoscenze e la sua organizzazione) propri del professionista il quale, se non deve garantire un risultato sempre positivo, certamente deve però offrire un grado di professionalità e di diligenza propria di un operatore qualificato. È quanto affermano i giudici che si pronunciano sulla qualità dell’attività dell’avvocato chiamato in giudizio dal cliente non soddisfatto del suo operato.

Un particolare profilo di valutazione della condotta dell’avvocato sta innanzitutto nella genesi del rapporto professionale: il cliente vuole sapere dal professionista se le istanze sono fondate sul piano giuridico e se vale la pena investire tempo e denaro (non solo i compensi del legale, ma anche le somme per il contributo unificato) nel giudizio.

L’avvocato ha l’obbligo di informare il cliente sulle difficoltà del giudizio che intende intraprendere, sui rischi di insuccesso e sui costi che si dovranno sostenere con una prognosi quanto più possibile vicina alla realtà. Né è sufficiente, per l’avvocato, sostenere che è stato il cliente a insistere per una certa azione con poche chance di successo, perché la strategia difensiva è sempre un patrimonio del professionista che opera una scelta in prima persona (come ha affermato la Cassazione nella sentenza 10289/2015).

Attenzione, poi, alle prove: l’avvocato deve risarcire il cliente se non indica una prova indispensabile per la decisione del giudizio, a meno che non dimostri di non averlo potuto fare per fatto a lui non imputabile o di avere svolto tutte le attività che, nel caso concreto, potevano essergli ragionevolmente richieste (come ha spiegato la Cassazionenella sentenza 25963/2015).

Inoltre, all’avvocato è sempre richiesta una diligenza associata a un obbligo di correttezza, nel rapporto sia con il proprio assistito, sia con i terzi, sia con la controparte: quest’ultima non deve essere danneggiata intenzionalmente, anche se il legale difende gli intessi della parte rappresentata. Così, il Tribunale di Trieste ha condannato un avvocato a risarcire il danno a una parte (diversa dal suo cliente) che era stata intenzionalmente danneggiata con l’azione intrapresa (sentenza del 10 agosto 2015).

L’avvocato non è responsabile solo per la sua attività, ma anche per quella del domiciliatario. Per il Tribunale di Rimini (sentenza 240 del 15 febbraio 2016), se il domiciliatario non compare formalmente in udienza, il cliente può chiedere i danni al difensore.

Ma non tutti gli errori degli avvocati portano alla condanna a risarcire il danno ai clienti. In primo luogo, non sempre l’errore determina un danno: per esempio, la mancata adozione di un’istanza nell’interesse del cliente potrebbe non avere conseguenze se si dimostra che l’assistito avrebbe comunque perso la causa. Infatti, l’avvocato non ha un’“obbligazione di risultato”, nel senso che non è tenuto a realizzare comunque l’esito positivo a favore della parte assistita quando non sussistono in fatto e in diritto i presupposti per questo risultato.

Un’altra ipotesi in cui l’avvocato può essere assolto, anche se ha commesso un errore, è quella in cui sia chiamato ad affrontare una questione di particolare difficoltà. Succede, ad esempio, quando il legale deve dare soluzione a un problema tecnico particolarmente complesso: in questo caso risponde solo per dolo o colpa grave e non per una condotta errata dovuta alla complessità del caso (come ha precisato la Cassazione nella sentenza 2954/2016).

Per coprire i danni causati ai clienti, la riforma contenuta nel Dpr 137/2012 ha introdotto l’obbligo di stipulare un’assicurazione professionale. Ma per gli avvocati la riforma forense (legge 247/2012) ha scritto un percorso ad hoc. Il ministro della Giustizia, sentito il Consiglio nazionale forense, deve stabilire le condizioni essenziali e i massimali minimi delle polizze.

Al momento la bozza di decreto trasmessa dal ministero è in consultazione presso l’avvocatura. Al termine di questa fase (che si chiuderà entro fine mese) il Cnf formulerà il parere per permettere al ministero di emanare il decreto. Così, l’obbligo di stipulare una polizza a copertura della responsabilità civile diventerà pienamente operativo anche per gli avvocati.

(di Filippo Martini – Quotidiano del Diritto)

La lobby dei colpi di frusta e la tabella unica

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(di Federica Pezzatti – Plus24)

Compagnie assicurative e le otto associazioni di consumatori che aderiscono al Forum Ania Consumatori concordano sull’importanza dell’introduzione dell’articolo 7 del Ddl Concorrenza, che definisce in maniera omnicomprensiva il danno non patrimoniale, uniformando a livello nazionale la valutazione economica del danno alla persona coinvolta in incidenti stradali. Non è cosa da poco: l’impatto economico delle nuove norme ancora in discussione, sui premi assicurativi dipenderà dall’approvazione delle tabelle di quantificazione del danno biologico (compreso tra 10 e 100 punti di invalidità) la cui definizione è rimessa a un Decreto del Presidente della Repubblica. Secondo le imprese e i consumatori (Adiconsum, Adoc, Cittadinanzattiva, Codacons, Federconsumatori, Lega Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Unione Nazionale Consumatori) il provvedimento garantirebbe certezza e uniformità valutativa e magari anche una riduzione delle tariffe Rc Auto.

Ma di questo non c’è certezza (visto che abbiamo ancora l’Rc Auto più cara in Europa, nonostante i risparmi sui colpi di frusta). A questo proposito dopo l’introduzione dell’articolo 32 della Legge 27/2012 sulle micropermanenti, che prevede il pagamento della lesione solo in caso di accertamento strumentale, i risarcimenti per i famosi colpi di frusta, patologia tutta italiana fino a qualche anno fa, si sono ridotti notevolmente (in alcune provincie come Napoli anche del 70% in un anno). Ma ancora oggi il numero dei sinistri con lesioni lievissime (fino al 3% di invalidità) è intorno ai 310mila l’anno. Nel 2014, circa due terzi del costo dei risarcimenti Rc Auto, pari a 7,5 miliardi euro, sono relativi a danni alla persona. Di essi ben 2,5 miliardi euro sono per lesioni fino al 9% (lieve entità) e 5 miliardi euro per lesioni gravi e per danni mortali. La soluzione legislativa allo studio per questi ultimi, con l’utilizzo di tabelle fissate per legge (di fatto ora si usa quasi ovunque la tabella del Tribunale di Milano) non trova d’accordo le associazioni e i rappresentanti degli avvocati e degli esperti di infortunistica stradale, già contrari in passato alla legge sulle micropermanenti. Contrati anche i rappresentanti delle vittime della strada.

Incidenti stradali e responsabilità: la colpa dell’uno non giustifica l’altro

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Risarcimento del danno a seguito di sinistro stradale: il concorso di colpa scatta tutte le volte in cui la parte che ha rispettato le regole del codice non dimostri di aver fatto di tutto per evitare l’urto.

Nei sinistri stradali la responsabilità dell’urto non è sempre così facile da accertare: questo perché non basta verificare se uno dei due abbia colpa, ma è anche necessario accertarsi che l’altro abbia fatto di tutto per impedire l’incidente.

Insomma, ad entrambi gli automobilisti è richiesto di dimostrare una condotta prudente; diversamente scatta il concorso di colpa.

Lo ha ricordato la Cassazione in una recente sentenza [1].

La colpa di un conducente non esonera l’altro dal fornire la prova, in una eventuale causa, di aver tenuto una condotta di guida corretta. Quest’ultimo, in particolare, deve dimostrare:

– non solo di essersi uniformato alle norme del codice della strada e, più in generale, di aver tenuto una condotta di guida prudente,

– ma anche che, nonostante il rispetto di tali regole, per lui è stato impossibile evitare il sinistro.

Per esempio, in presenza di tracce di frenata particolarmente “lunghe” fornire una tale dimostrazione potrebbe essere più complicato.

La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 14 aprile – 26 giugno 2015, n. 13216
Presidente Segreto – Relatore D’Amico

Svolgimento del processo

M.C. convenne in giudizio, dinanzi al Tribunale di Roma, A. e M.L. nonché le compagnie Zurigo e Assitalia chiedendo la condanna dei L. e della Zurigo, in solido, al risarcimento dei danni subiti a seguito del sinistro verificatosi in Roma il 2 novembre 1999 quando, mentre era alla guida del suo motociclo Suzuki (assicurato dall’Assitalia), impegnava, con luce semaforica verde, l’incrocio tra via Appio Claudio e via Appia, venendo a collisione con la vettura, guidata da A. L., di proprietà dì M.L. ed assicurata dalla Zurigo, transitante con il “rosso”. Dall’urto erano derivate al C. lesioni personali gravissime.
Il Tribunale dichiarò che il sinistro de quo si era verificato per colpa esclusiva di A. L. e, per l’effetto, condannò in solido A. e M.L. e la Zurigo al pagamento della somma di £ 609.300,00, oltre accessori, al valore attuale della moneta, a titolo di risarcimento del danno subito da M.C..
Avverso tale decisione propose appello la Zurich Insurance Company lamentando l’errata valutazione delle prove, non avendo il Tribunale tenuto in considerazione quanto accertato dai vigili urbani sulla ricostruzione della dinamica del sinistro.
La Corte d’appello, in riforma dell’impugnata sentenza, ha accolto l’appello e per l’effetto, ha condannato M.C. alla restituzione, in favore dell’appellante, dell’importo di £ 722.998,23, con gli interessi legali dal 14 febbraio 2006 al soddisfo.
Ha respinto l’appello incidentale del C. ed ha condannato quest’ultimo alle spese del doppio grado del giudizio.
Propone ricorso per cassazione M.C. con sei motivi.
Resiste con controricorso la Zurich Insurance Public Limited Company (già Zurich Insurance Company S.A.).
Le parti hanno presentato memorie.

Motivi della decisione

Con il primo motivo M.C. lamenta «violazione e falsa applicazione dell’art. 2054 c.c. comma 1 e 3 (art. 360 n. 3 c.p.c.). Omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 nr. 5 c.p.c.).»
Sostiene il ricorrente che la Corte d’appello ha violato e falsamente applicato sia il primo che il secondo comma dell’art. 2054 c.c. In particolare, il primo comma perché il L. non ha provato di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno; il secondo comma perché questa disposizione pone la presunzione, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia parimenti concorso a produrre il danno. Agli atti di causa non vi è prova che il L. abbia attraversato il semaforo con luce verde e non vi è alcun testimone che abbia attestato tale circostanza. L’attraversamento dell’incrocio da parte del L. con luce verde o rossa è circostanza decisiva, per il ricorrente, ai fini dell’accertamento della responsabilità dell’incidente o, quantomeno, per il superamento della presunzione di colpa a carico dello stesso L..
Con il secondo motivo il ricorrente denuncia «omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. La luce segnalata dal semaforo al momento dell’attraversamento dell’incrocio da parte dei L.
(art. 360 nr. 5 c.p.c.).»
Ad avviso del C. la Corte d’appello ha del tutto trascurato la dichiarazione del teste V. secondo il quale la luce del semaforo, nella direzione L., era rossa.
Con il terzo motivo si denuncia «violazione e falsa applicazione degli art. 2054 c.c. e artt. 141 e 142 cds (art. 360 nr. 3 c.p.c.). Omessa , insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 nr. 5 c.p.c.).»
Sostiene il ricorrente che la Corte d’appello ha falsamente applicato l’art. 142 C.d.s. laddove ha ritenuto sussistente un limite di velocità superiore a 50 Kmh perché si trattava di una strada a scorrimento veloce, omettendo di accertare se detto limite superiore fosse segnalato come previsto dalla legge.
Ritiene comunque il C. che la Corte d’appello ha del tutto omesso di applicare l’art. 141, comma 30, C.d.s. che impone al conducente di regolare la velocità nelle intersezioni e, in ogni caso, di regolarla avuto riguardo alle caratteristiche, alle condizioni della strada e del traffico e di ogni circostanza di qualsiasi altra natura. Se la Corte avesse correttamente applicato gli artt. 141 e 142 del suddetto codice non avrebbe che potuto rilevare la violazione degli stessi ed il concorso di colpa del L. nell’incidente.
Con il quarto motivo si denuncia «contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Lo stato dell’impianto semaforico su via Appio Claudio al momento dell’attraversamento dell’incrocio da parte del C. (art. 360 nr. 5 c.p.c.). Violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2700 c.c. e115 e 116 c.p.c. in relazione al valore probatorio della missiva della STA (art. 360 n. 3 e 5).»
Sostiene il ricorrente che la Corte d’appello ha travisato il contenuto degli elementi di prova a sua disposizione che proverebbero che il semaforo era spento.
Nel rapporto dei vigili urbani questi ultimi affermano che al momento del loro intervento il semaforo era spento, ma tale intervento-è stato effettuato circa un’ora dopo il sinistro. Gli stessi vigili affermano comunque di non aver assistito al fatto e di essere arrivati quando le ambulanze avevano già trasportato i conducenti all’ospedale.
Sempre ad avviso del ricorrente la Corte d’appello ha inoltre ritenuto inattendibili le testimonianze di C. e R. ed ha travisato dette testimonianze.
Con il quinto motivo si denuncia «insufficiente, illogica e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. La dichiarazione testimoniale del C. (art. 360 nr. 5 c.p.c.).»
Sostiene il ricorrente che la Corte d’appello ha errato per aver ritenuto il teste C. inattendibile con una motivazione del tutto illogica e contraddittoria e sulla base di mere congetture, secondo le quali ha ritenuto non verosimili alcune circostanze riferite; e ciò senza rilevare alcuna evidente contraddizione fra quanto dichiarato dal C. e quanto con certezza accertato in giudizio.
I cinque precedenti motivi si possono suddividere in due gruppi.
Con il primo gruppo di censure il ricorrente sostiene che non sussiste una sua responsabilità perché egli non impegnò l’incrocio con luce rossa e perché svoltò a destra, essendo tale svolta consentita.
Sul punto la corte d’appello, con motivazione corretta, ha rilevato che dal rapporto dei vigili urbani e dalla dichiarazione resa dalla S.T.A., nonché dalla deposizione della teste Drisaldi, presente in loco e sentita immediatamente dai V. U. , emerge che il semaforo dell’attore era spento e che non era consentita la manovra di attraversamento, ma solo quella di svolta a destra. Vi è quindi la responsabilità         dell’attore nella produzione dell’evento. Trattasi comunque di valutazioni di merito non censurabili in questa sede.
Infatti, come costantemente affermato da questa Corte, in tema di responsabilità da sinistri derivanti dalla circolazione stradale, l’apprezzamento del giudice del merito in ordine alla ricostruzione delle modalità di un incidente e al comportamento
delle persone alla guida dei veicoli in esso coinvolti si concreta in un giudizio di mero fatto che resta insindacabile in sede di legittimità, quando sia adeguatamente motivato e immune da vizi logici e da errori giuridici (Cass. 2 marzo 2004, n. 4186; Cass. 25 febbraio 2004, n. 3803; Cass. 30 gennaio 2004, n. 1758; Cass. 5
aprile 2003, n. 5375).
Quindi tali censure attinenti alla responsabilità dell’attore nella produzione dell’evento, vanno rigettate.
Il secondo gruppo di censure attiene alla violazione dell’art. 2054 c.c. ed al vizio di motivazione sulla presunzione di concorso di colpa a carico del convenuto ~rá&>`.,r nella produzione dell’evento.
Tali censure vanno accolte.
In tema di responsabilità derivante da circolazione stradale, nel caso di scontro tra veicoli, ove il giudice abbia accertato la colpa di uno dei conducenti, non può, per ciò solo, ritenere superata la presunzione posta a carico anche dell’altro dall’art. 2054, secondo comma, c.c., ma è tenuto a verificare in concreto se quest’ultimo abbia o meno tenuto una condotta di guida corretta (Cass., 4 novembre 2014, n. 23431; Cass., 16 maggio 2008, n. 12444).
Nella fattispecie la Corte d’appello si è limitata a rilevare che non può ritenersi che il conducente tenesse una velocità eccessiva, non rilevata dai V.U. Sennonché, come correttamente rilevato dal ricorrente non risulta quale fosse la velocità massima in quel tratto di strada, e solo all’esito di tale dato può affermarsi se le tracce di frenata fossero compatibili. Inoltre non risulta se il L. al momento dell’attraversamento avesse il suo semaforo che segnalasse il verde, né se egli avesse fatto tutto il possibile per evitare l’incidente, tentando anche una manovra di emergenza.
Nel caso di scontro tra veicoli, l’accertamento in concreto di responsabilità di uno dei conducenti non comporta il superamento della presunzione di colpa concorrente sancito dall’art. 2054 c.c., essendo a tal fine necessario accertare in pari tempo che l’altro conducente si sia pienamente uniformato alle norme sulla circolazione ed a quelle di comune prudenza ed abbia fatto tutto il possibile per evitare l’incidente. Conseguentemente, l’infrazione, anche grave, come l’invasione dell’altra corsia commessa da uno dei conducenti non dispensa il giudice dal verificare anche il comportamento dell’altro conducente al fine di stabilire se, in rapporto alla situazione di fatto accertata, sussista un concorso di colpa nella determinazione dell’evento dannoso (Cass., 14 febbraio 2006, n. 3193; Cass., 15 gennaio 2003, n. 477; Cass, 5 maggio 2000, n 5671; Cass., 18 dicembre 1998, n. 12692).
In tema di scontro fra veicoli, l’accertamento in concreto della colpa di uno dei conducenti non comporta, di per sé, il superamento della presunzione di colpa concorrente dell’altro, all’uopo occorrendo che quest’ultimo fornisca la prova liberatoria, ovvero la dimostrazione di essersi uniformato alle norme sulla circolazione e a quelle della comune prudenza, e di essere stato messo in condizioni di non potere fare alcunché per evitare il sinistro. (Nella specie la S.C. ha ritenuto censurabile la sentenza di merito perché non aveva accertato se l’autovettura procedesse a una velocità non superiore a quella massima vigente all’epoca del sinistro e se le condizioni ambientali non richiedessero una velocità inferiore) (Cass., 11 dicembre 2003, n. 477; Cass., 3 novembre 2004, n. 21056).
Con il sesto motivo si denuncia «violazione e falsa applicazione degli art. 92 e 112 c.p.c. (art. 360 nr. 3 c.p.c.), illogica, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. La condanna al pagamento delle spese di lite nei confronti del proprio assicuratore (art. 360 nr. 5 c.p.c.).»
Sostiene il ricorrente che la Corte d’appello, nel riformare la sentenza di primo grado e dichiarare infondata la sua domanda di risarcimento danni, lo ha condannato alla rifusione delle spese di lite del primo e secondo grado, anche nei confronti del proprio assicuratore Assitalia – Le Assicurazioni d’Italia.
A suo avviso la suddetta Corte ha violato l’art. 92 c.p.c. perché non poteva ritenere che vi era stata una sua soccombenza nei confronti dell’Assitalia. La partecipazione al giudizio dell’Assitalia è stata causata dalla proposizione, prima, di un autonomo giudizio da parte del L., dinanzi al Giudice di Pace di Roma, ai fini del risarcimento del danno all’autovettura e poi, a seguito della pronuncia di incompetenza per valore, derivata dalla proposizione di domanda riconvenzionale proposta in quel giudizio dal C., e successivamente, a seguito della riassunzione della causa dinanzi al Tribunale, dalla riproposizione in detta sede della medesima domanda in forma di riconvenzionale.
L’Assitalia quindi, assicuratrice del veicolo condotto dal C., non è stata chiamata in causa su istanza di questi e non è stata chiamata in garanzia. Pertanto non vi è stata una sua soccombenza.
Il motivo è fondato.
Infatti l’Assitalia, quale assicuratrice del C., è stata convenuta in giudizio dal L., per il risarcimento del danno che questi assumeva aver subito dall’incidente stradale causato dal C.. Il rapporto processuale si è quindi instaurato tra Il L. e l’Assitalia e non tra questa ed il C. (che non ha proposto alcuna domanda nei confronti dell’Assitalia neppure in garanzia). Tale rapporto processuale, attinente alla domanda risarcitoria del L., si è concluso con il rigetto della stessa da parte del tribunale, con la statuizione di compensazione delle spese sostenute dall’Assitalia. Questa statuizione relativa alla domanda risarcitoria del L. e, consequenzialmente, sulle spese sostenute dalla convenuta Assitalia non è stata impugnata da alcuno, neppure da Assitalia limitatamente alle spese. In conseguenza sul punto si è formato il giudicato, per cui nessuna statuizione poteva essere emessa dalla Corte di appello, quanto alle spese sostenute dall’Assitalia.
Per l’effetto va cassata senza rinvio, l’impugnata sentenza limitatamente alla statuizione sulle spese in favore di Assitalia ed a carico di C., quanto alle spese di primo grado.
In conclusione, devono essere accolti i motivi attinenti alla violazione dell’art. 2054, 2° comma, c.c. ed al vizio di motivazione sulla presunzione di concorso di colpa nei termini di cui in motivazione. Devono essere rigettati gli altri motivi, attinenti alla responsabilità del ricorrente nella produzione dell’evento. Va accolto il sesto motivo di ricorso e cassata senza rinvio l’impugnata sentenza, quanto alla statuizione sulle spese di primo grado in favore di Assitalia ed a carico del C. . Deve essere cassata l’impugnata sentenza in relazione ai restanti motivi accolti, con rinvio alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione tra l’appellante, M. ed A. L. e la Zurich Insurance.
Esistono giusti motivi per compensare per intero le spese processuali del grado di appello e del giudizio di cassazione tra Assitalia e le altre parti.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso nei Y termini di cui in motivazione, quanto ai primi 5 motivi di ricorso; cassa in relazione e rinvia alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione tra l’appellante, M. ed A. L. e la Zurich Insurance Company. Accoglie il sesto motivo di ricorso e cassa senza rinvio l’impugnata sentenza limitatamente alla statuizione sulle spese di primo grado in favore di Assitalia. Compensa le spese del grado di appello e del giudizio di Cassazione tra Assitalia e le altre parti.

[1] Cass. sent. n. 13216/15 del 26.06.2015.

 

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